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LA BELVA DI VIA SAN GREGORIO



LA BELVA DI VIA SAN GREGORIO
Via San Gregorio

La zona di Lambrate prese il nome dal fiume Lambro, che significa pescoso, dalle acque limpide, lungo il cui corso si trovava un vicus, ossia un aggregato di case e terreni rurali. Fu fondato intorno al 222 a.C. quando la zona fu conquistata dai romani. Negli scritti di Plinio il Vecchio, infatti, si parla di una stazione di rifornimento per militari e pellegrini denominata “mansio ad Lambrus”. Nel 1905, durante alcuni scavi, furono rinvenuti un sarcofago di marmo e un busto augusteo di chiara epoca romana. Quando i culti pagani cedettero il posto ai riti cristiani fu eretta una Cappelletta nel centro del paese. Nel 1923 Lambrate fu inglobato a Milano. Durante il corso della seconda guerra mondiale una bomba bucò il tetto della Cappelletta e si depositò sull’altare senza scoppiare: si gridò al miracolo. Negli anni a venire nacquero le fabbriche della Richard Ginori e dell’ Innocenti. Quest’ultima iniziò a produrre la famosa e fortunata Lambretta, uno scooter italiano il cui nome deriva dal fiume Lambro. Nel 1532 il futuro santo Gerolamo Emiliano fondò un’istituzione di assistenza milanese maschile per gli orfani, che furono ospitati presso la Parrocchia di San Martino: da qui il nome Martinitt. Negli anni ’60 la zona tra Lambrate e Piazzale Loreto brulicava di emarginati e disadattati che non erano riusciti a prendere parte al generale boom economico ed è proprio in questo contesto che lo scrittore Giorgio Scerbanenco ambientò uno dei suoi più famosi romanzi gialli: I ragazzi del massacro. In un’aula della scuola serale Andrea e Maria Fustagni, venne scoperto il cadavere dell’insegnante Matilde Crescenzaghi, giovane signorina appartenente alla piccola borghesia. Fu ritrovata completamente nuda, massacrata di botte, seviziata e stuprata, morta in seguito alle violenze perpetrate. Gli undici allievi, i più già passati dal riformatorio, furono subito sospettati. Le indagini condotte dal Commissario Duca Lamberti, non approdarono a nulla. Egli però percepì l’ombra di un istigatore, che aveva tramato magari per vendetta. Seguì questa pista e scoprì che la maestra saputo che un suo allievo trattava stupefacenti, lo denunciò. Le conseguenze furono per il ragazzo il riformatorio e per la madre, una prostituta chiamata Marisella e per il padre adottivo, l’arresto per spaccio di droghe. Morto il marito in carcere la donna per vendicarsi, aiutata dal figlio, dette via al massacro coinvolgendo gli altri allievi ai quali fece bere un liquore corretto con gocce di anfetaminico. Duca risolse il caso e non fece arrestare la responsabile, invitò invece tutta la stampa dell’epoca a descrivere l’accaduto fornendo il nominativo e le foto di Marisella: per lei, drogata, vecchia, ammalata di lue, sola senza più il suo protettore, vivere fu la peggiore delle punizioni.

 

 



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